Spider-Man: Homecoming

spiderman homecoming il secondo reboot cinematografico

locandina

 

Anno: 2017
Cast: Tom Holland,
Durata: 133′
Regia: Jon Watts
Sceneggiatura: Jonathan Goldstein, John Francis Daley, Jon Watts, Christopher Ford, Chris McKenna, Erik Sommers
Montaggio: Dan Lebental, Debbie Berman
Fotografia: Salvatore Totino
Musiche: Michael Giacchino

***attenzione: spoiler funzionali all’articolo***

Alla fine di Spider-Man: Homecoming si provano emozioni contrastanti, per chi scrive, e deleterie verso il film per la loro natura. Da una parte il piacere di aver assistito nuovamente alla creazione di un tassello parzialmente nuovo, il rilancio di un personaggio di cui il cinema aveva parlato anche troppo, in un progetto commerciale dello studio system hollywoodiano ancora in grado di reggersi sull’universo Marvel e far quadrare i conti per continuare a serializzare il cinema. Dall’altra si percepisce un disturbo alimentato su diversi fronti quali la frequenza con cui si assiste, alla fin fine, allo stesso giro di giostra (scontato dirlo, ma è pressante), la prevedibilità del concetto di film di supereroe nella sua evoluzione drammaturgica (ormai è quasi un sottogenere e dunque può considerarsi codificato ma risulta comunque troppo leggibile e privo di sfumature sul tema), la necessità di reggersi ad altri elementi dello stesso franchise.

Rimanendo sulle sensazioni personali post-visione, il ruolo dello spettatore sembra essere lo stesso dei giornalisti a fine film: attendi la notizia importante ma poi ti sfottono con un ripiego tiepido, eppure non lo sai veramente, la subisci e basta.

Homecoming si fa altro dai suoi fratelli (i Marvel’s)  e dai suoi cugini filmografici di Raimi e Webb: scartata la genesi supereroistica, la novella di Peter Parker semina elementi da teen movie mentre affronta (o meglio, va alla ricerca poiché Peter va a rompere le scatole all’Avvoltoio) di una sfida bigger than life perché in quel riassunto da smarthphone ci stava stretta. Dimenticatevi il thriller fanta-politico di Winter Soldier o in generale temi che coinvolgano le masse globali, questo “ragno” è prima di tutto uomo ed è piccolo, confinato in una cornice locale a dispetto delle telecamere e di Internet, ma soprattutto, e questo va riconosciuto ad una sceneggiatura pensata al dettaglio, Spider-Man è Peter con un costume. Niente alter ego mascherato che sciolga ogni dubbio su chi sia super: si combatte per lasciare il quartiere, rendere migliore la città e crescere. Le origini dunque sono sostituite da un “quasi romanzo di formazione” interrotto all’adolescenza, ad essere generosi, perché il film concentra le sue forze sulle ambizioni di un ragazzo giovane, inesperto al super potere a cui corre in aiuto la tecnologia; e dunque la regia di Jon Watts corre volentieri tra il caseggiato, evitando svolazzi sui grattacieli tra i quali si rischia di cadere ridicoli e sembrare piccoli piccoli (vedere il campo lungo in una scena iniziale).

L’inventiva di Watts finisce qui, come finisce l’estro delle sei (6!) persone chiamate a riscrivere ancora una volta di Spider-Man. Intelligentemente si scappa dal consueto tran-tran iniziatico a cui non scappa alcun superhero movie (nemmeno un prodotto personalissimo come Unbreakable di Shyamalan, affrontato con stile differente), ma il contesto scolastico si sciupa presto in macchiette anonime e anodine alla ricerca di una giustificazione raziale politically correct e nient’altro. Si sta al passo coi tempi, proponendo una  combriccola studiosa quanto fastidiosa dai tratti sociali ultimamente visti in serie tv generazionali. È questo effetto non voluto da sitcom che affossa SH, così come gli Amazing Spider-Man di Webb affondavano nella love story dei suoi protagonisti bellocci. Tanto, troppo minutaggio speso a raccontarci di un quindicenne anonimo e insicuro che viene rimbrottato da Iron Man.

Intanto si perde di vista un villain interessante interpretato da Michael Keaton (bello il verso controparodico a Birdman) a cui per essere spaventoso bisogna fargli fare il papà di un certo personaggio in uno squallido colpo di scena da sitcom, appunto. Che il risultato sia voluto non ci sono dubbi ma spesso sembra scomporsi in piccoli quadretti slegati che invece di fare una trama perlomeno chiusa, non riesce nemmeno a proporsi così resistente da non dover contare su un’agnizione impensabile e dunque per forza impressionante nella sua faciloneria.

Non regge il presunto cambio di target (meglio considerarlo allargato), anche perché se non si sta dietro alle uscite si perdono facilmente pezzi e personaggi, e questo indebolisce alcuni di questi prodotti eccessivamente seriali. SH si regge quasi da solo però, e Watts non disturba lo spettatore con quel video smartphone alla mano subito dopo l’incipt, anzi lo aiuta e lo diverte. Però, al netto di una CGI troppo visibile, non si fatica a pensarlo quasi come uno degli spin-off più deboli della serie Marvel. Peccato che spin-off non lo sia.

Il secondo post-credit viene da leggerlo più come una involontaria dichiarazione di stanchezza di questa iper-produzione marveliana indispensabile alla bulimia spettatoriale, durante la quale si consuma il finale per confermare la prosecuzione della storia piuttosto che concentrarsi su quanto appena visto e farselo bastare.

VERDETTO SENZAFILTRO: 5/10

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