Neruda – Recensione

neruda recensione

locandina, Neruda

Anno: 2016
Cast: Luis Gnecco, Gael Garcìa Bernal
Durata: 107′
Regia: Pablo Larraìn
Sceneggiatura: Guillermo Calderòn
Fotografia: Sergio Armstrong
Musiche: Federico Jusid

***attenzione: spoiler funzionali all’articolo***

Il poeta e senatore del Partito Comunista cileno Pablo Neruda, costretto alla clandestinità dal presidente Gabriel Gonzalez Videla nel 1948, tenta di uscire dal suo paese sfuggendo al giovane poliziotto Oscar Peluchoneau che lo braccherà senza sosta in una caccia politica.

Pablo Larraìn attinge dai fatti storici per farne materia personale, gioco registico e riflessione politica provocatrice che restituiscono un personaggio storico e iconico della storia cilena in maniera stravagante e impertinente. Larraìn, della stessa nazionalità del suo omonimo, ha già raccontato in una trilogia la sua terra natia (ricordiamo l’ultimo, No – I Giorni dell’Arcobaleno, anche per l’apparizione agli Oscar), ma qui i fatti si permeano di delicatezza quasi onirica durante la corsa ad ostacoli (mentali) di Oscar Peluchoneau e il borioso fuggire del poeta, questi intento più a far capire dove si trova che a sparire.

A Larraìn importa relativamente di costruire un biopic su Neruda tanto che la trama somiglia alla Storia senza essere storiografica e scherza con essa, difatti Peluchoneau, di stirpe bassa ma nell’animo convinto di essere figlio di un grande poliziotto, è una invenzione narrativa di un personaggio mai esistito; diviene a tutti gli effetti il soggetto principale a cui spetta il compito della narrazione intradiegetica costante, ma è anche vittima del bisogno di sentirsi protagonista e non personaggio secondario di questa narrazione, cadendo in una contraddizione (metanarrativa?).
Condivide con lui il concetto di contraddizione Pablo Neruda che Larraìn trasforma, riadattandolo in maschera, doppiezza, sia letteralmente, quando in un festino si trucca da donna per sfuggire alla polizia o quando gioca ad interpretare Lawrence D’Arabia, che simbolicamente. E su questo secondo punto va fatto un discorso a parte poiché, sceneggiatura di Guillermo Calderòn alla mano, Larraìn fa mutare spesso Neruda da vanesio e  mondano diplomatico, compagno comunista solo di facciata, a parole e voce di un popolo (sta portando a termine la sua importantissima raccolta Canto General). Neruda calamita a sé volontariamente ed involontariamente le anime che gli gravitano intorno (compresa la prima moglie che lo definisce buono) pur riservando loro i comportamenti di un uomo egocentrico, lascivo; si rifugia spesso tra le braccia della seconda moglie,  amante stanco e impotente ma arzillo nei bordelli. Conscio della posizione che riveste, egli si fa bandiera insostituibile e vanagloriosa anche nella fuga, di cui soffre le stanze piccole e i pochi abiti a disposizione, nonostante evochi con fierezza che essere puliti sia retaggio borghese.

Larraìn, camuffando il suo punto di vista, imbroglia anche il POV multiforme dello spettatore che passa per il voice over di Peluchoneau e anche per una ridefinizione degli spazi e dei tempi con l’utilizzo di montaggi che alternano scene (apparentemente) lontane nel tempo, legate da campi e controcampi dei più classici dialoghi lineari, in uno sbilenco moto degli spazi. Ecco dunque la predominanza dell’elemento narrativo su quello storiografico che si mostra con coraggio attraverso lo stile volteggiante della camera, quando l’occhio segue Neruda fino ad una stanza piena di politici contestatori per iniziare un duello verbale nella latrina del palazzo politico. O quando la rincorsa al clandestino sulla Cordigliera delle Ande si  tramuta in western nella stinta e opaca fotografia di Sergio Armstrong atta a sospendere nel tempo gli elementi della storia. Oppure, ancora, nel finale metafisico di spietata bellezza in cui la morte  rivela la falsità dell’inseguitore e ne rende immortale la figura.

Con forza ed efficacia autoriale, il regista cileno sorpassa indubbiamente i canoni della pellicola biografica, rinunciando spesso all’indagine storica per far prevalere il carattere personale della sua propria indagine su Neruda dalla clandestinità fino alla fuga a Parigi.

VERDETTO SENZAFILTRO: 8/10

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