Moonlight – Recensione

moonlight recensione

locandina, Moonlight

Anno: 2016
Cast: Mahershala Ali, Trevante Rhodes, Andrè Holland
Durata: 111′
Regia: Barry Jenkins
Sceneggiatura: Barry Jenkins
Montaggio: Joi McMillon, Nat Sanders
Fotografia: James Laxton
Musiche: Nicholas Britell

***attenzione: spoiler funzionali all’articolo***

La vita nel ghetto di Liberty City, quartiere black di Miami edificato negli anni ’30 in risposta alle condizioni di impoverimento e sovrappopolamento dei quartieri adiacenti della città, ha segnato la scrittura e la direzione registica di Barry Jenkins. Moonlight è il risultato finale di una co-sceneggiatura con Tarell Alvin McCraney, autore teatrale di diversi drammi tra cui l’ispirazione di Jenkins, In Moonlight Black Boys Look Blue. Si tratta dunque di un’opera profondamente personale, in cui il vissuto degli autori si fonde alle necessità artistiche con cui trattare una fonte come una pièce teatrale, sottoposta da Jenkins e McCraney ad una riscrittura e, parrebbe, anche ad uno stravolgimento della prima idea di McCraney, ossia non mostrare con chiarezza i tre personaggi come la prosecuzione della storia di un solo individuo se non ad un momento preciso della vicenda.

Invece i trascorsi di Chiron in Moonlight sono chiaramente riferibili a lui soltanto; pur con le loro differenze estetiche, i tre atti si allineano temporalmente, come gabbia teatrale in cui inscatolare le fasi della crescita. Si comincia dalla giovinezza di Little, soprannome di Chiron, un bambino in fuga da alcuni coetanei che vogliono farsi beffe di lui; per seminarli è costretto a ripararsi in una casa abbandonata in cui i tossicodipendenti vanno a drogarsi. L’atto profondamente categorizzante di dare un nome ai capitoli (Little, Chiron, Black) segna le fasi di passaggio del protagonista come momenti del racconto di formazione, istantanee della riscoperta personale attraverso un’attribuzione di significato ad ogni periodo di crescita. Prima di conoscere Chiron però, il film fa una dichiarazione registica con un piano sequenza in apertura con camera a mano in un moto rotatorio accerchiante che anticipa il modo di “guardare” la storia. La regia di Jenkins è la conseguenza perfetta del testo da cui attinge il quale di fatto è scritto per il teatro; luoghi chiusi e primi piani totalizzanti sono la risultante della scelta di mettere al centro l’intimità dei personaggi, spesso attraverso l’uso di camere a mano che concedono una visione “traballante” e insicura.

Jenkins cattura il bisogno di sentirsi sé stessi, nonostante il contesto sociale non lo permetta, e lo affoga nel disagio comunitario ed edilizio del ghetto (le scene sono state girate proprio nel complesso residenziale di Liberty Square) da cui per emergere Chiron deve nascondersi o camuffarsi da predatore per non essere mangiato. Il percorso a tappe infila una dietro l’altra le problematiche tipiche del dramma americano: la madre con problemi di droga, il bullismo scolastico, la criminalità. Le questioni puramente “esteriori” dipingono un quadro sociale applicato come patina sovrastrutturale, mentre il vero nocciolo risiede nel concetto di intimità come custodia preziosa e logora di Chiron in cui collocare il suo accrescimento fisico e spirituale. Quello spirituale viene associato a momenti di scoperta, come la nozione dietro alla parola “frocio” o il bagno zen con il mentore Juan o la prima esperienza sessuale con l’amico Kevin, per i quali Jenkins mutua lo stile di Terrence Malick, approccio visibilissimo nella scena di lotta sul prato tra i due bambini alle prese con un’esclusione dal gruppo di pari. Quello fisico invece diventa una necessità mascherante le paure, a difesa del ragazzo gracile e insicuro che ancora risiede nell’intimità celata dietro la facciata da spacciatore, finta come la placca che gli fa risaltare ambiguamente i denti di metallo.

Anche il rapporto omosessuale scavalca la superficiale identificazione con l’atto sessuale uomo-uomo, concedendo la riflessione prioritariamente interiore di amare qualcuno perché attratto da esso. L’espressione è dunque prima sentimentale che sociale, pur risolvendosi in quei contesti suburbani da cui ad emergere con forza sono per primi i problemi a carattere sociale.

Barry Jenkins trova il giusto peso ad un film che contiene molte, forse troppe cose che rischiano di incastrarsi in un modesto calderone romantico, ma che riescono a comunicare sia stilisticamente (la fotografia fatta di tinte rosa e blu) sia concettualmente il testo di McCraney.

VERDETTO: 7,5/10

 

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