Lady Macbeth – Recensione

lady macbeth primo film di william oldroy

locandina

Anno: 2016
Cast: Florence Pugh, Cosmo Jarvis
Durata: 93′
Regia: William Oldroy
Sceneggiatura: Alice Birch
Montaggio: Nick Emerson
Fotografia: Ari Wegner
Musiche: Dan Jones

***attenzione: spoiler funzionali all’articolo***

Lady Macbeth shakespeariana come accostamento ideale, più che morale. Se la moglie del futuro re di Scozia sussurra piani che nobilitino la sua dinastia, Catherine ha una tensione verso le classi sociali inferiori della sua società.

Uno scambio di beni, ancor prima del consenso tra due persone, porta Catherine a legarsi ad un ricco e adulto imprenditore inglese, il quale ha bisogno di una donna come comanda la società per confermare le buone apparenze vigenti. La mancanza di amore e soprattutto di rapporti sessuali, spingono la giovane ragazza a soddisfare i suoi bisogni con lo stalliere della magione, ma il desiderio la conduce ad una serie di delitti attraverso i quali mantenere il momentaneo equilibrio in una rincorsa al godimento effimero.

La prima ad un lungo per il regista inglese William Oldroy, prende il romanzo Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk del russo Nikolai Leskov e lo porta nella sua terra poiché originariamente sfondo della vicenda era la società zarista del XIX secolo.

Pur facendo sfoggio di una scenografia e di costumi dalla forza rappresentativa, il film non concede alcun tipo di grandeur visiva, nemmeno negli esterni naturali della foresta inglese in cui è immersa la proprietà nella quale accadono le vicende. Infatti sono pochi gli esterni poiché principalmente gli accadimenti avvengono nelle fredde stanze della proprietà Lester, intelligentemente riprese i maniera sghemba, tagliate da porte o arredamenti e inquadrate da un’altezza media, quasi quella di un bambino, che mostra a volte ambienti pieni di oggetti, a sottolineare il soffocamento a cui Catherine vorrebbe sottrarsi, a volte invece gli ambienti sono vuoti e i soggetti sembrano isolati nello spazio. L’esterno diventa una fuga momentanea, estasi improvvisa sottolineata dalla camera a mano contrapposta alla fissità con cui sono ripresi gli interni. Tuttavia il mondo fuori appare solamente come una cella dalle dimensioni maggiori, la foresta appare intricata, le panoramiche in cui appare anche Catherine sembrano imprigionarla o sottometterla al suo stesso gioco di morte.

Pian piano infatti la donna, dopo una prima parte di sudditanza al potere padronale, si muoverà per eliminare i simboli del potere nobile che la stanno reprimendo (sessualmente e fisicamente); l’omicidio diviene un gioco a cui nessuno sembra potersi sottrarre: la domestica, lo stalliere, il bambino in adozione al marito. Il fuori campo, vero mezzo di rappresentazione di questa trasformazione da donna reclusa a bestia innamorata, diviene il metodo per relegare fuori dallo spazio di camera gli avvenimenti importanti per celare il mostruoso e renderlo angosciante nell’immaginario che si costruirà successivamente, scena dopo scena, piuttosto che nell’immediato dell’azione.

L’intelligenza registica tuttavia lascia presto spazio al piano del racconto al quale sembra sottomettersi, a volte troppo secco, asciutto, tanto da risultare maldestramente intrecciato. Il decorso degli eventi prende la piega di una routine stanca di perpetrarsi e Oldroy sembra dimenticarsi di destare interesse, finendo per cadere involontariamente in un grottesco mal calibrato. La quasi assenza di accompagnamenti musicali e le incursioni momentanee in una rappresentazione horrorifica si dimenticano presto e gli spunti interessanti vengono procrastinati fino alla scena finale, in cui la sferzata socio-politica si sovrappone all’isolamento individualistico.

VERDETTO SENZAFILTRO: 6,5/10

Condividi suShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on TumblrPin on Pinterest