La Luce Sugli Oceani – Recensione

la luce sugli oceani

locandina

Anno: 2016
Cast: Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz
Durata: 132′
Regia: Derek Cianfrance
Sceneggiatura: Derek Cianfrance
Montaggio: Jim Helton, Ron Patane
Fotografia: Adam Arkapaw
Musiche: Alexandre Desplat

***attenzione: spoiler funzionali alla recensione***

I lavori di Derek Cianfrance, regista e sceneggiatore americano, hanno sempre subito un trattamento di sfavore nella distribuzione o nell’adattamento italiani, nonostante nei suoi due più conosciuti melodrammi figurassero attori di spicco della scena americana. È così che il suo riuscitissimo Blue Valentine ritarda ben tre anni prima di arrivare in Italia, mentre Come Un Tuono subisce il destino di un titolo completamente riadattato per farne una sonora frase ad effetto.

La Luce Sugli Oceani, quarta prova di fiction per Cianfrance, forte di presenze attoriali vendibili, l’anteprima a Venezia e una produzione firmata Dreamworks che permette al regista di fregiarsi del suo titolo a budget più alto finora (intorno ai 20 milioni di dollari) e allestire una messinscena dalla notevole potenzialità (come si nota dai costumi d’epoca e dai landscapes della Nuova Zelanda e dell’Australia), approda in Italia in tempo e con il piccolo ma vizioso contributo dei titolisti (dovrebbero farne una professione) che alterano l’originale The Light Between the Oceans; problema dalla natura irrisoria che importa più a chi scrive in questo momento che a chi ha guardato il film, macchiato da ben altri problemi.

Adattamento del romanzo omonimo, La Luce Sugli Oceani è un melodramma, ennesimo e ben voluto, visti i risultati precedenti del regista americano che si sposta dal contesto urbano contemporaneo di Blue Valentine e Come un Tuono, per azzardare la cornice storica e vestire di epica i suoi personaggi. Al termine della Grande Guerra, il soldato Tom Sherbourne si reca a Janus Island, in Australia, per sostituire il guardiano del faro dell’isola. L’approccio e la conoscenza della comunità più vicina all’isola è per Tom un motivo di riconciliazione con sé stesso dopo gli orrori della guerra, apparentemente dissipati dall’incontro con la giovane Isabel Greysmark.

Cianfrance gioca ancora una volta col mito del genitore, qui inteso nel senso di mitopoiesi, processo che infonde alle sue storie un’accezione di valore condiviso e risuonante come un mito. Lettura azzardata, ma sicuramente restituita dal processo identitario generazionale che si susseguiva, di padre in figlio, in Come Un Tuono. Anche questa terza fatica abbraccia i temi genitoriali in un quadro comunitario che li circonda e che ne fa una storia intima, ma condivisa dal villaggio. Tom e Isabel vorrebbero costruire una famiglia nello splendido quadro dell’isola di Janus ma i due parti prematuri (l’aborto è un altro tema scomodo caro al regista) di Isabel mettono un chiaro punto di rinuncia ai loro sogni. Ciò li porta a compiere il gesto opportunistico ma dettato dalle “buone intenzioni” di crescere una bambina trovata su una barca alla deriva.

Cianfrance imbeve il melodramma di tutti gli elementi propri del genere, rendendo il film più classico di quanto, probabilmente, non avrebbe voluto. Se i precedenti lavori il meló era al servizio dell’estro creativo del regista (in veste anche di sceneggiatore e ideatore del soggetto), qui il dramma inciampa in tanto ampollose quanto piatte dimostrazioni di stile ed aderenza al genere. Uno stile che fatica ad accettare lo sfondo storico come più di un semplice preconfezionato contenitore per eventi, nel superficiale modo di accennare ai contrasti post-guerra, ciò in cui invece Frantz eccelleva. Basti pensare ai flashback sul padre tedesco della piccola Lucy/Grace, stratagemma per mescolare i punti di vista; ma di fatto la pratica ne fa un incastro insapore e appiattisce un altro elemento con cui Cianfrance aveva dimostrato padronanza assoluta: il tempo, qui relegato alla pratica costante di ellisse smisurata e infilata in continuità.

Il problema sembrerebbe un rassegnato confronto con i canoni del genere, tuttavia Cianfrance prova a scrostarli, scansando piano il manicheismo dei personaggi e desaturando la fotografia, ma il risultato rimane quello di un piatto susseguirsi di eventi  senza che tra di essi ne risalti qualcuno a dare un peso specifico nella narrazione. E per fare ancora peggio, ci si scorda di dare una certa profondità emotiva ai personaggi, nascosti costantemente dietro maschere piangenti che non permettono al cast di esprimere il proprio valore (Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz tra gli altri).

Le meravigliose sequenze dei primi minuti in cui gli oceani Indiano e Pacifico si incontrano al cospetto dell’isola regalano i primi ed unici guizzi di intensità registica, seppur laccati in riprese da cartolina sono resi vivi dal roboante suono degli elementi naturali (impressionante il sonoro). Non basta il filtro epico che fa un paragone con Giano, dio pater (ancora la paternità) e dal doppio volto (il passato ed il presente che lui vede sono quelli propri di Tom), a consentire al nuovo lavoro di Cianfrance di fare un passo avanti rispetto al passato, ma nemmeno di evitare il primo capitombolo della sua carriera.

VERDETTO: 5

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