Jackie – Recensione

jackie recensione

locandina, Jackie

Anno: 2016
Cast: Natalie Portman, John Hurt, Bill Crudup
Durata: 99′
Regia: Pablo Larraín
Sceneggiatura: Noah Oppenheim
Montaggio: Sebastian Sepulveda
Fotografia: Stephanie Fontaine
Musiche: Mica Levi

***attenzione: spoiler funzionali all’articolo***

Il ritratto di un mostro, quello della Storia che abbonda di “ritratti” umani dispersi e abbandonati, scoloriti e rimpiazzati da una targa, un mobile o una commemorazione edificata per l’occasione. Jackie ritrae un mostro intangibile eppure atrocemente percepito da chi si deve occupare di gestirne le epigrafi materiali, ridotte in scorie da rimpiazzare, allettanti manifesti del dolore esibiti ai nascenti pubblici del mass-media televisivo (gli stessi che denunceranno le azioni guerrafondaie statunitensi in Vietnam), tanto imponenti all’occhio partecipante del mondo quando coinvolgono grandi personaggi pubblici quanto minuscole nel meccanismo della loro gestione privata.

Pablo Larraín si cimenta in un altro biopic, dopo Neruda, apparentemente meno “anti” alla nozione di film biografico come era stato il precedente lavoro sul poeta cileno, film così ambiguo quest’ultimo, provocatorio e multiforme. Jackie in realtà condivide con Neruda la stessa sostanza storica piegata alla riflessione narrativa del suo autore, forse meno evidente ma presente e pungente. Le similitudini cominciano dal nome-nomignolo della first lady Jacqueline Lee Bouvier Kennedy, marchio personale e allo stesso tempo del pubblico, si diffonde ed obbliga il riconoscimento del personaggio più che della persona. Il nome diventa anche salvaguardia della propria posizione sociale e la perdita di Jacqueline, cioè la morte del marito John F. Kennedy, corrisponde al decadimento dal rango di first lady, di cui ella sveste volontariamente i panni per indossare quelli di Jackie.

La sceneggiatura di Noah Oppenheim si sviluppa su diversi piani temporali, espediente di senso per permettere al racconto di operare degli scarti continui a quelli che sono dei flashback stratificati, il cui perno temporale rimane l’intervista di Theodore H. White, giornalista di guerra e scrittore, a Jacqueline. In questo dialogo Jackie (il volto emaciato e la sicura presenza di Natalie Portman) concede all’informazione quello che lei desidera, conversando di ciò che non sarà riportato alla stampa e mostrandosi apertamente ipocrita nel dichiarare che non fuma, stringendo tra le dita una sigaretta.

Larraín mostra una donna sicura e autoritaria, capace di gestire una fragilità evidente (nel corpo magro e nei pianti) grazie anche alle figure dalle quali trae consigli  per gestire la dipartita di quello che, è evidente ai suoi occhi, sta sparendo senza mitizzarsi e come tale verrà disciolto prematuramente nella digestione artificiale dei fatti (l’elezione lampo di Lyndon B. Johnson, l’insediamento della nuova first lady nella Casa Bianca, la morte di Lee Harvey Oswald). Spetta alla donna farsi carico del suo personale mito, aggrappandosi al ricordo condiviso di un altro presidente leggendario, Lincoln, del quale imiterà la cerimonia funebre anche nei segni più distanti di quella contemporaneità neo-televisiva, la carrozza trainata da cavalli.

Pur seguendo una cronologicità inframmezzata dai salti temporali suddetti e una ricostruzione storica scenografica e di costumi precisa (con inserti video di repertorio), Jackie abbonda di elementi personali del suo autore il quale agisce con forza nelle riprese televisive in cui si mostra una malcelata insicurezza di Jacqueline, restituita su schermo in un formato televisivo 1:1, artificio registico per trasformare lo spettatore di sala uno spettatore televisivo della nostra contemporaneità in grado di osservare le smorfie e i tentennamenti nello scambio di sguardi col “mondo dietro la camera” della first lady. La stessa televisione e soprattutto il clamore mediatico in generale, divorano presto l’immagine di Jackie che riconosce i propri vestiti indosso ai manichini esposti nelle vetrine.

Larraín dunque ci tiene a sottolineare il rapporto tra pubblico e privato, caratteri mescolatisi in modo da non poterli disambiguare se non nelle porzioni di vita intima tra Jackie ed i figli, nelle conversazioni religiose con il prete (ultimo personaggio su schermo di John Hurt)  o nelle dichiarazioni subito censurate dalla mano della donna che le ha rivelate. Il vero intento di Jackie è quello di tramandare un ricordo che sia il più vivido possibile e collocabile in una mistica Camelot, reggia fantastica sovrapposta alla Casa Bianca che diventa il teatro storico del musical di Jackie e John.

VERDETTO: 8/10

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