Happy End – Recensione

 

locandina ufficiale del film happy end

locandina

Anno: 2017
Cast: Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert, Toby Jones
Durata: 107′
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Montaggio: Monika Willi
Fotografia: Christian Berger
Musiche: –

***attenzione: spoiler funzionali all’articolo***

Il prologo di Happy End si specchia nell’occhio della macchina da presa dello smartphone di Eve: algido punto di vista, la gabbia rettangolare del mezzo inquadra sua madre, persona verso la quale l’infelicità della bambina si riverserà con forza, portandola accidentalmente alla morte per eccesso di farmaci somministrati.

Questo è il punto di vista privilegiato di Michael Haneke nel narrare la bolla borghese in la famiglia Laurent si rifugia, restituita da uno sguardo deumanizzante, quasi medico, privo di formalismi morali e intagliato da scene didascaliche nel rappresentare lo sfondo sociale di Calais attraversata dai movimenti migratori. La scelta di Haneke è quella di confinare gli eventi al di fuori o sullo sfondo di ciò che sta nel quadro della mdp. Letteralmente lontani, i personaggi si muovo nel silenzio sonoro delle panoramiche mentre parlano o agiscono e allo spettatore non resta che aspettare che qualcosa succeda mentre gli eventi di sblocco dell’impasse psicologico dei soggetti, come la morte della madre di Eve in ospedale, o l’incidente in auto con cui l’anziano Georges Laurent prova ad uccidersi, trovano esito fuori dalla scena e si palesano attraverso i dialoghi.

Haneke sottende una riflessione sulla morte oltre che sull’impossibilità di comunicare e comprendersi, dando in pasto le immagini al freddo schermo di un telefono o la chat di Facebook o ancora alla videocamera di sorveglianza, sovrapponendo questi altri “schermi” sullo schermo dello spettatore il quale osserva un punto di vista assorbito dall’indefinitezza dei mezzi di comunicare divenuti a loro volta messaggi di un malessere privato e incomunicabile. Il destino mortale arriva a chi non se lo aspetta (la madre di Eve, l’operaio al cantiere), mentre non riescono ad accoglierlo i personaggi che vorrebbero togliersi la vita: Eve ed il nonno Georges, due estremi anagrafici, condividono all’oscuro di tutti un omicidio e vorrebbero entrambi rimediare, la prima ad una colpa, il secondo ad una vita fiaccata dalla senilità dopo aver dato la morte alla moglie in gravi condizioni di salute (personaggio autoreferenziale del precedente lavoro, Amour, col protagonista del quale condivide la stessa vicenda, oltre che l’attore che lo interpreta).

Haneke, dunque, si allontana dai suoi soggetti, ne studia i sintomi e le insicurezze attraverso movimenti di macchina limitati e incorniciati da una geometria schematica che ne definisce i confini di azione e di movimento attraverso porte, finestre o altri elementi spaziali che li  incastrino in un’asettica visuale. Basti pensare alla visita di Eve a sua madre in coma: la mdp distante inquadra la stanza in cui la bambina entra per osservare la madre, poi lei esce e lo spettatore osserva ancora per qualche secondo uno spazio che sembra vuoto poiché gli elementi spaziali coprono il volto della donna sdraiata.

La Calais in subbuglio rimane sullo sfondo, di sfuggita Haneke ne osserva gli effetti su un altro componente della famiglia Laurent, confuso e amareggiato da quel contesto borghese che non pone attenzione alla questione sociale ma piuttosto si dedica a banchetti tra amicizie di simil rango economico e apprezza i frutti economici di relazioni di comodo.

L’ultimo sguardo è, ancora una volta, quello della videocamera dello smartphone, incapace di osservare ma in grado solo di guardare bulimicamente e sostituirsi all’occhio di chi è presente.

VERDETTO SENZAFILTRO: 7/10

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