Civiltà Perduta – Recensione

civiltà perduta la locandina italiana

locandina

Anno: 2016
Cast: Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller
Durata: 140′
Regia: James Gray
Sceneggiatura: James Gray
Montaggio: John Axelrad
Fotografia: Darius Khondji
Musiche: Christopher Spelman

***attenzione: spoiler funzionali all’articolo***

In uno schermo completamente nero salgono, con frequenza lenta ma costante, dei rumori di foresta:  suoni di insetti, fruscio di piante mosse dal vento e di fogliame in terra al passaggio di qualche animale. Lo spettatore si aspetta uno stacco, attende che lo schermo compia quell’atto per il quale si possa riempire della prima immagine. D’improvviso si accende una grande fiamma nel buio, decentrata, lontana al punto da non poter illuminare l’intero paesaggio circostante, ma vicina abbastanza da scorgere delle figure di antica reminescenza intorno ad essa, figli indigeni di territori inesplorati. La storia aveva già iniziato a correre: ad essere in campo era l’oscurità, metafora diretta dell’inconosciuto e indiretta dell’impossibilità di rendere nota la verità se non attraverso la fabula del cinema che prende forma e sostanza con la luce per narrare la sua farsa necessaria e avvolgente.

Il period movie di James Gray si apre così, una fonte luminosa che dardeggia la sua voglia di fare cinema di stampo datato, pellicola 35mm, per restituire l’immagine al suo grado perfetto di impurità così come ha deciso di catturare le scene, senza la pulizia del digitale. Gray vuol fare cinema d’altri tempi anche nello stile, lasciando spazio ad una biografia d’avventura, quella di Percy Fawcett alla ricerca di una civiltà amazzonica ancora sconosciuta, eco della leggenda di El Dorado, che ricorda un cinema classico degli anni Cinquanta, ma al quale concede la pregevole e indissolubile funzione di un sottotesto complesso, ciò che permette ad una storia di Hitchcock, per fare un esempio, di farsi bello del canovaccio narrativo e mantenere una traccia sotterranea come vero significato del film.

Civiltà perduta (per rimanere fedeli all’abbruttimento da mercato del titolo precedente di The Immigrant, ma è in realtà Lost City of Z ) si compone dunque di questi due livelli, fuori tempo massimo per un cinema, quello post-moderno, che sembra aver perso quel duplice binario un tempo parallelo e adesso intrecciato su sé stesso anche nel film di genere (mi viene in mente Alien: Covenant, le cui difficoltà stanno solo nel cercare un modello tra l’autorialità di Ridley Scott e le necessità di un registro ormai noto, quello del monster movie diretto e splatter del franchise).

Inizi del XX secolo: Percy Fawcet, militare britannico di alto rango ma privo di medaglie al valore, cerca un riconoscimento sociale tra la nobiltà inglese per riscattare il passato di un padre immiserito dai vizi. L’occasione migliore sembra accettare una spedizione della Royal Geographical Society nei territori amazzonici compresi tra Brasile e Bolivia per mapparli. L’ossessione di Fawcet comincia qui, quasi per caso durante la discesa del fiume, sospinta da una premonizione di un locale schiavizzato e innescata da alcuni ritrovamenti nelle zone che sulle mappe dei ricercatori occidentali rimangono prive di segni orientativi.

 Sembra un altro regista Gray, sempre sulle tracce del noi “secondo lui”, mescolato ai temi imprescindibili del suo pensiero perché attinti dalla sua vita: l’allontanamento dagli affetti famigliari, la tradizione etnico-religiosa, il sobborgo new-yorkese. Improvvisamente toccò a The Immigrant (2013) e l’affezionato spettatore del regista avrà fatto fatica a immaginarsi Gray passare dal noir al period movie, eppure è riuscito a portare a casa un film di alta calibratura, imperfetto, non rinunciando ai suoi temi come autore.

Civiltà Perduta si spinge oltre: biografia ampissima che copre un quarto di secolo, produzione importante (dietro ci sono Plan B Entertainment di Brad Pitt e Amazon Studios, per 30 milioni di dollari), romanzo non-fiction omonimo come soggetto. Il film, tuttavia, di fiction si imbeve e, pur partendo dalla protostoria del Novecento, da cui riesce ad attingere temi su cui intavolare modeste riflessioni, vuole affascinare e viaggiare in luoghi fisici pericolosi per scandagliare la tortuosità della psiche. A rubare il centro della scena è il protagonista (un Charlie Hunnam impoverito dal doppiaggio) di cui si traccia un percorso famigliare: la volontà dello scopritore si rivela più forte di quella di un padre e la famiglia, toccata dalla lontananza, dovrà convivere e sostenere il progetto di una vita dell’uomo. È sugli affetti che Gray costruisce le migliori scene: il montaggio parallelo, per ben tre volte, sottolinea come la foresta possa riempire l’occhio ma non la mente che, innescata da tristezza o paura, tenderà  a rifugiarsi nel focolare domestico. L’ultimo viaggio in treno di Fawcet verso l’amazzonia si alterna alla carrellata all’interno della camera da letto sua e della moglie Nina, distacco definitivo dall’affetto del mondo civile, dal tepore del privato.

Il film non è perfetto, forse perché ambisce ad una dimensione grandiosa, attestata anche dalla durata, e semplifica alcuni rapporti più che strumentali (soprattutto quelli col figlio maggiore), rischiando una serialità quasi televisiva. Ma Gray non si scorda del cinema, della potenza che non scaturisce solamente dal “tremendamente grande”, come vorrebbero far credere scenografia e costumi, ma anche e principalmente dalla forza espressiva del mezzo e della sua grammatica. Il finale, consuetudine positiva nella filmografia del regista newyorkese, impreziosisce la figura di Fawcet dietro ad un dubbio di fatto artificiale (del Fawcet vero non si hanno tracce della sua morte) ma che lo mitizza nella splendida ultima sequenza che lo riguarda in cui viene trasportato da una tribù amazzonica verso il suo destino ritualistico; successivamente spetta ad un simbolo fare la domanda agli spettatori ai quali Gray concede due possibili risposte. La morte o l’inconosciuto?

Il cinema ha espresso la sua bugia e ne ha fatto un mito che si tramanda come una ossessione a Nina, inquadrata nel riflesso di uno specchio mentre la foresta la ingoia.

VERDETTO SENZAFILTRO: 8,5/10

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